Archive: September 2007

Classico è bello

Ho appena richiuso il volume: ultima frase, ed ecco la FINE. Charles Dickens, Our Mutual Friend, 1865. Milletrentuno pagine di una Londra magica, che si snoda polverosa e coperta dalla nebbia, lungo le anse del Tamigi. Io amo Charles Dickens, potrei scrivere qui la mia dichiarazione d’amore.

Non chiedo molto, ad un romanzo ed al suo creatore, se non quello di farmi staccare completamente da dove mi trovo, sia il vagone di un treno di pendolari, il mio letto in questo uggioso pomeriggio di fine settembre, un’assolata spiaggia croata il giorno di Ferragosto. Devo affezzionarmi ad un’ambientazione, ad un personaggio, ad un’atmosfera. E tutte queste cose le devo ritrovare lì, vivide ed avvolgenti, ogni volta che apro il libro, tolgo il segnalibro e mi immergo (termine quanto mai adatto!) nella lettura.

Credo che sia per questa ragione che, alla fine, leggo sempre lo stesso genere di romanzi. Ho tre ambientazioni predilette: i ruggenti anni ‘20, tra le feste di New York e le ville della Costa Azzurra; la nuova borghesia anglosassone dei primi del ‘900 e la bellissima Inghilterra vittoriana, con la sua campagna ricoperta di erica e ginestra, e la fumosa Londra di Dickens.

Henry Perther

Leggo, e sempro una fan scatenata di un telefilm: conosco i personaggi, attendo il momento in cui potrò leggere tranquilla ed assorta, immagino il successivo sviluppo delle vicende, sto male all’ultima pagina, perché sento già la mancanza della compagnia che mi ha fatto la data storia. Diciamocelo: chi legge un libro perché trova molto chic la posizione assunta con un volume in mano, possibilmente di un’edizione sconosciuta, di uno scrittore di una casa editricie indipendente, oppure di un famoso romanzo generazionale (Il piccolo principe? Siddartha? On the road? L’insostenibile leggerezza dell’essere?…Tre metri sopra il cielo? [ehm, certo che le generazioni stanno decisamente peggiorando!]), non sa nemmeno di cosa parla quando cita il “piacere della lettura“.

In realtà, io mi vergogno anche un po’ dei miei gusti…anzi, direi dei miei “affetti”, letterari, non ne parlo poi così apertamente, e non trovo per niente chic girovagare attenta tra gli scaffali della Feltrinelli, come invece capita a molte delle sovracitate, e facilmente riconoscibili, persone. I miei genitori, non mi hanno fatto mancare niente: fin da piccola ho avuto sotto il naso una libreria di tre metri per tre, comodamente raggiungibile in corridoio, pronta con tutto il necessario per scoprire i classici: leggere non mi è stato imposto (il che è sempre un ottimo metodo per invogliare a leggere, cosa non valida nel caso contrario), ma mi è piaciuto.

La mia crociata, sempre che avessi voglia di farne una, sarebbe quella di ridare dignità a chi se la merita, i poveri classici: snobbati dai dibattiti intellettualoidi, odiati dagli studenti, ignorati dal business (salvo che per scrivere “Il romanzo che ha ispirato Elisa di Rivombrosa” sull’ultima edizione di Pamela di Richardson…mi chiedo se abbiano pensato di pubblicizzare Robinson Crusoe per L’Isola dei Famosi…).

Tech Memorabilia

Questo articolo, pubblicato oggi da Punto Informatico, mi ha veramente fatto sorridere: una raccolta dei dieci peggiori spot “tecnologici” degli ultimi decenni. Naturalmente, le chicche migliori arrivano direttamente dagli anni ‘80; allora, i neonati personal computer ed Apple venivano pubblicizzati in un modo completamente diverso, dato che la necessità era di far capire COSA effettivamente un computer facesse.

Cosa ne dite, di questi spot? Personalmente non li trovo così diversi, se non nella grafica (per fortuna) da quelli di oggi…provare per credere.

Roxanne, ieri e oggi

The Police - Roxanne (1978)

Decisamente una delle mie canzoni preferite di sempre. I Police erano (e sono, visto la reunion in corso) davvero geniali, stento a trovare band con lo stesso tipo di suono. Per non parlare della voce di Sting! Pensare che ha l’età dei miei genitori mi inquieta un po’ (born, born in the 50’s, ovviamente!).

The Police - Roxanne (2007)

Direi che in trent’anni non hanno assolutamente perso smalto…

Addio 800×600?

Per chi crea siti web con una certa precisione, la proccupazione di produrre grafiche che siano ben visualizzete qualsiasi sia la risoluzione dello schermo del visitatore del sito, è sempre stata presente. Non solo compatibilità con i diversi browser, ma anche sicurezza del fatto che il sito apparirà come lo si è progettato tanto su un piccolo schermo 12″ widescreen da 1280×800, che su un 19″ con risoluzione molto maggiore.

Il problema 16:9 vs 4:3 non pare essere così insormontabile, seguendo qualche buon accorgimento (come quelli suggeriti da Laburno, per esempio). Quello che, a mio avviso, è sempre risultato essere più limitante è cercare di trovare una soluzione che non scontenti l’occhio tanto di chi ha una risoluzione grande, come l’800×600, che chi possiede grandi schermi con risoluzioni ben superiori, come la 1440×900. Creando layout fissi, l’ideale è sempre stato rimanere ad una larghezza complessiva della grafica intorno agli 800 pixel, per essere sicuri che il sito non costringesse il visitato ad uno scroll orizzontale (terribile!). Certo è che, però, questa soluzione appare limitante, su schermi ben più “spaziosi”, e il rischio è che il nostro sito appaia su di essi come un piccolo francobollo in mezzo ad un mare di sfondo.

Personalmente, non utilizzo un monitor 800×600 da diversi anni, ma analizzando le statistiche sulle visite ricevute dai miei siti, ho sempre notato la presenza di utenti con tale risoluzione, ed a loro sempre pensato nel momento della progettazione grafica.
Poi, questa mattina, sfogliando le pagine del mio amato Google Analytics (a cui sicuramente dedicherò un post, è davvero una manna!), ecco la sorpresa: nessun visitatore con 800×600 di risoluzione.

risoluzione

L’equilibrio sostanziale tra varie “nuove” risoluzioni (la 1280×800, la 1280×1024 e la 1024×768) sconfessa la mia presunta idea che la maggioranza degli utenti fosse fermo alla 1024×768, e impone una riflessione: se questo trend fosse universale, comune a tutti gli utilizzatori di internet, avrebbe ancora senso limitare la larghezza e la dimensione complessiva dei proprio layout per venire in contro ai pochi sparuti superstiti dell’800×600? Non credo.

Il vero problema nella progettazione grafica risiede ora nella compatibilità tra i browser, perché se IE7 pare essersi finalmente allineato a Firefox nella resa dei fogli di stile CSS, sono ancora moltissimi gli utenti che mantengono la versione precedente del browser della Microsoft (con tutte le imprecazioni del caso, da parte dei web designer). Inoltre, la differente resa dei colori tra i superstiti schermi CRT, ancora molto utilizzati in uffici o dagli utenti di base di Internet, schermi piatti e monitor di ultima generazione, con maggiore brillantezza e resa dei colori, impone un giusto testing del proprio sito, per non correre il rischio che i colori scelti sul nostro computer si rivelino discutibili  su un differente monitor…e magari proprio quello del nostro cliente!

Twitter-mania

Ho passato diversi mesi a tu per tu con il Web 2.0 e le sue espressioni, mentre cercavo materiale per la mia tesi, e successivamente mentre la scrivevo. C’era un interrogativo in particolare che mi toglieva il sonno: qual è l’utilità intrinseca di Twitter?!

Su Last.fm, condivido la musica che ascolto, su Anobii i libri che leggo; con Facebook, MySpace e LinkedIn mi tengo in contatto con i miei amici e colleghi. Ovviamente con Wikipedia mi faccio una cultura, mentre su YouTube posso cercare i videoclip anni ‘80 più improbabili (ehm…). Infie con del.icio.us e Tumblr mi segno tutti i link e le cose interessanti, per non perderle.
Ma Twitter? A cosa serve avere un profilo all’interno del quale scrivere in poche parole che cosa si sta facendo o che cosa si sta pensando?

Da qualche giorno, invece, il senso ultimo di questo subdolo tool del Web 2.0 mi si è palesato: Twitter è un inno alla chiacchera, il vero erede degli sms. Twitter si autodefinisce “social networking and microblogging service utilising instant messaging, SMS or a web interface“,  e già da queste definizione è chiaro come il suo intento sia quello di sublimare alcuni aspetti del social networking, del blogging, dell’istant messaging e degli sms.
La vera ricchezza di Twitter è la possibilità di avere degli amici, dei Following, ovvero altri utenti di cui seguire gli aggiornamenti del profilo in tempo reale. E’ così possibile tenere un contatto continuo ed immediato (sia temporalmente, che umanamente) con coloro che appartengono al proprio social network, come si farebbe lasciando un commento ad un blog, ma più velocemente; come se si mandasse un sms o un messaggio di istant messaging, ma senza avere il numero di cellulare di quella persona o il suo contatto in chat.

La prassi è, infatti, ormai quella di far precedere un “twit” destinato ad un utente particolare dalla sintassi “@nomeutente”: in questo modo è possibile comunicare direttamente con quella persona, intavolando leggere e veloci discussioni, simili a quelle che si potrebbero avere via sms. Anche senza rispondere, seguire il profilo Twitter altrui (e, ovviamente, aggiornare il proprio) permette una conoscenza forse più informale di quanto sia possibile in un blog: quando si scrive un post, infatti, ci si cala sempre in parte nella “finzione scenica”, si vestono, cioè, i panni dell’autore, si pesano le parole e si scelgono gli argomenti.
Il vero twitter, scrive messagini certo superficiali, ma così facendo rivela aspetti meno istituzionali di se stesso. Possiamo così scoprire che il nostro amico blogger ha istinti omicidi in ufficio, quella ragazza con cui ci scambiamo i libri su Anobii non si perde una puntata di Lost, la nostra compagna di università cena sempre alla stessa ora.

Probabilmente, queste consapevolezza non salveranno il destino del mondo, ma certo sapranno allietare la permanenza online degli utenti del Web 2.0, heavy-users di Internet che passano molte ore online (il doppio rispetto a chi si è fermato al Web 1.0), e che nella rete sono riusciti a ritrovare quel contatto umano e quell’immediatezza di rapporti che gli apocalittici del Web temevano fossero stati condannati a morte dall’avvento del mondo online.