Caro Babbo Natale…
13 Nov
13 Nov
26 Set
Ho appena richiuso il volume: ultima frase, ed ecco la FINE. Charles Dickens, Our Mutual Friend, 1865. Milletrentuno pagine di una Londra magica, che si snoda polverosa e coperta dalla nebbia, lungo le anse del Tamigi. Io amo Charles Dickens, potrei scrivere qui la mia dichiarazione d’amore.
Non chiedo molto, ad un romanzo ed al suo creatore, se non quello di farmi staccare completamente da dove mi trovo, sia il vagone di un treno di pendolari, il mio letto in questo uggioso pomeriggio di fine settembre, un’assolata spiaggia croata il giorno di Ferragosto. Devo affezzionarmi ad un’ambientazione, ad un personaggio, ad un’atmosfera. E tutte queste cose le devo ritrovare lì, vivide ed avvolgenti, ogni volta che apro il libro, tolgo il segnalibro e mi immergo (termine quanto mai adatto!) nella lettura.
Credo che sia per questa ragione che, alla fine, leggo sempre lo stesso genere di romanzi. Ho tre ambientazioni predilette: i ruggenti anni ‘20, tra le feste di New York e le ville della Costa Azzurra; la nuova borghesia anglosassone dei primi del ‘900 e la bellissima Inghilterra vittoriana, con la sua campagna ricoperta di erica e ginestra, e la fumosa Londra di Dickens.

Leggo, e sempro una fan scatenata di un telefilm: conosco i personaggi, attendo il momento in cui potrò leggere tranquilla ed assorta, immagino il successivo sviluppo delle vicende, sto male all’ultima pagina, perché sento già la mancanza della compagnia che mi ha fatto la data storia. Diciamocelo: chi legge un libro perché trova molto chic la posizione assunta con un volume in mano, possibilmente di un’edizione sconosciuta, di uno scrittore di una casa editricie indipendente, oppure di un famoso romanzo generazionale (Il piccolo principe? Siddartha? On the road? L’insostenibile leggerezza dell’essere?…Tre metri sopra il cielo? [ehm, certo che le generazioni stanno decisamente peggiorando!]), non sa nemmeno di cosa parla quando cita il “piacere della lettura“.
In realtà, io mi vergogno anche un po’ dei miei gusti…anzi, direi dei miei “affetti”, letterari, non ne parlo poi così apertamente, e non trovo per niente chic girovagare attenta tra gli scaffali della Feltrinelli, come invece capita a molte delle sovracitate, e facilmente riconoscibili, persone. I miei genitori, non mi hanno fatto mancare niente: fin da piccola ho avuto sotto il naso una libreria di tre metri per tre, comodamente raggiungibile in corridoio, pronta con tutto il necessario per scoprire i classici: leggere non mi è stato imposto (il che è sempre un ottimo metodo per invogliare a leggere, cosa non valida nel caso contrario), ma mi è piaciuto.
La mia crociata, sempre che avessi voglia di farne una, sarebbe quella di ridare dignità a chi se la merita, i poveri classici: snobbati dai dibattiti intellettualoidi, odiati dagli studenti, ignorati dal business (salvo che per scrivere “Il romanzo che ha ispirato Elisa di Rivombrosa” sull’ultima edizione di Pamela di Richardson…mi chiedo se abbiano pensato di pubblicizzare Robinson Crusoe per L’Isola dei Famosi…).